
Massimo, Paolo, Franco e il sottoscritto, una istantanea che riassume bene la nostra vita: la nostra lunga e profonda amicizia, la voglia di stare assieme, di confrontarci, la voglia di cambiare, di ricostruire un mondo diverso. Massimo pilotava con intelligenza, ma anche con caparbietà, le nostre vivaci discussioni durante i nostri frequenti incontri conviviali. Non si stancava di ribadire la necessità di mobilitare tutti i settori della società civile per contrastare coloro che sfruttano le nostre risorse naturali, che inquinano le acque del nostro territorio, che rendono sempre più pericolosa la nostra vita.
I principali interlocutori erano soprattutto i nostri figli, era a loro che che voleva consegnare il suo testimone di lotta e di speranza in un futuro migliore. E per loro Massimo rappresentava la voce che entrava nei loro cuori, nella loro mente. I loro occhi brillavano di una luce diversa che nemmeno i loro padri erano in grado di provocare.
Confesso che provavo un po’ di invidia che però spariva quando guardavo i suoi lineamenti fieri, ascoltavo la sua voce determinata, la sua capacità di saper convincere con la chiarezza del suo linguaggio, con il suo entusiasmo. Rivedevo il suo forte impegno nelle nostre battaglie civili e sindacali che con grande convinzione ed entusiasmo abbiamo condotto tra la fine degli anni ’60 e l’inizio del 1970 tra i lavoratori del Comune di Venezia. Il nostro programma politico-sindacale ebbe grande successo così come grande risonanza ebbe il suo orgoglioso atteggiamento davanti al sindaco dr. Favaretto Fisca e alla sua Giunta quando ribadì la volontà di portare avanti con decisione il contenuto del programma con il quale avevamo travolto anni di malgoverno specialmente della struttura dopolavoristica municipale di cui divenne Presidente.
La foto dei “Quattro Moschettieri” mi ricorda una rilassante passeggiata tra i filari dei vigneti profumati, inondati dagli ultimi lampi di luce di un tramonto che chiudeva una magnifica giornata e che intagliava magnificamente il volto di Massimo. Eravamo un po’ stanchi, ma continuavamo imperterriti nelle nostre impegnative conversazioni. Quando cominciavamo non la smettevamo più, il tempo per noi si fermava e ci voleva il richiamo di qualcuno per riportarci alla realtà.
Quella foto mi ricorda anche la sua ultima telefonata con la quale mi comunicava con voce dolce e pacata le sue terribili prospettive di vita. In quelle parole ho capito quanto fosse profondo il nostro rapporto di amicizia, quanto fosse grande il dolore per quello che doveva accadere, ma quanto la sua consapevolezza fosse capace di trasformare una dura realtà in un inestimabile dono in grado di scendere nel profondo del cuore quasi come un dolce e miracoloso elisir.
Tanto tempo fa Massimo mi ha regalato un suo dipinto che rappresenta una barca a vela nel mare in burrasca. Mi piace pensarlo al timone di quell’imbarcazione mentre si dirige con abile perizia verso quei lidi da lui tanto agognati.
7 luglio 2022
Pietro Rigamonti